20/01/2026

Cari vescovi ecco il nostro cammino come Cristiani LGBT+ in Sicilia

Fonte: gionata.org

Presentazione del gruppo Cristiani LGBT+ Sicilia tenuta ai vescovi nella sessione invernale della Conferenza episcopale siciliana il 13 gennaio 2026 a Palermo

«Signore, è bello per noi essere qui» (Mt 17,4) Con queste parole del Vangelo di Matteo desideriamo salutarvi di cuore, Eccellenze Reverendissime.

Il nostro è un saluto colmo di gratitudine e di commozione, perché avete accolto la nostra richiesta e ci avete offerto la possibilità di un incontro che, per noi, rappresenta anzitutto un dono: quello di poter avviare un dialogo autentico, fatto di ascolto reciproco e di conoscenza.

Questo 13 gennaio non è, per noi, una data qualunque. Siamo certi che lo Spirito, che soffia dove vuole e come vuole, continui a sorprenderci anche attraverso le coincidenze della storia.
Tre anni fa, il 13 gennaio 2023, una piccola rappresentanza del nostro gruppo ha partecipato, insieme ad altri giovani a livello nazionale, a un incontro con la presidente e il co-presidente del Movimento dei Focolari: una giornata segnata dall’ascolto, dalla condivisione e dal desiderio sincero di costruire ponti, nella Chiesa e nella società.

Oggi, inoltre, ricorre la Giornata mondiale del dialogo tra religioni e omosessualità, nata in ambito laico ma capace di interpellare profondamente anche le comunità di fede. È una giornata che, per molti, è legata alla memoria di Alfredo Ormando, giovane uomo che ha vissuto un profondo conflitto tra fede e orientamento sessuale, fino al gesto estremo che lo ha reso, suo malgrado, simbolo di una sofferenza che ancora oggi chiede ascolto, cura e responsabilità ecclesiale.

È in questo orizzonte, Eccellenze, che desideriamo collocare il nostro incontro. Per questo sentiamo di potervi dire, con sincerità: per noi è davvero bello essere qui, oggi, con voi.

Chi siamo e perché siamo nati

La nostra presenza questa mattina nasce dal desiderio di raccontarvi, con semplicità e verità, come è nata la nostra realtà e perché. Consentiteci di partire da uno sguardo. «Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò» (Mc 10,21). Vi chiediamo di guardarci così, oggi.

Siamo giovani e adulti delle vostre diocesi. Alcuni di noi sono impegnati nelle parrocchie, nei gruppi giovanili, nell’Azione Cattolica, nello scoutismo, nel catechismo, nei cori liturgici. Siamo persone inserite nella vita ecclesiale, che amano la Chiesa e continuano a sentirla come casa.

Eppure, oggi, non siamo qui in queste vesti. Siamo qui come cristiane e cristiani LGBT+, riuniti in una realtà che è nata da un bisogno profondo, condiviso da molti di noi. Ci rendiamo conto che questo acronimo potrebbe suscitare perplessità o timori, per questo motivo ci teniamo a precisare che definirci persone LGBT+ non è un modo per aderire a un’ideologia ma per riconoscere e riconoscersi in un’identità precisa: siamo donne e uomini omosessuali (L e G), persone bisessuali (B) e persone transgender (T) che vivono una complessità sociale, cultura e religiosa.

Il “più” serve per non escludere altre persone che possono avere altre identità e orientamenti sessuali. In questo modo nessuno è escluso, e tutti sono inclusi all’interno di questo “+” che aggiunge e raggruppa sotto uno stesso tetto una comunità, il cui principio fondamentale è quello di adoperarsi affinché la società diventi più inclusiva e rispettosa: una società che ama il prossimo anche se è diverso.

Nasciamo – lo diciamo con rispetto e senza alcuna accusa – da un silenzio. Da uno spazio ecclesiale che, per lungo tempo, non siamo riusciti ad abitare pienamente. Nasciamo da domande rimaste sospese, da percorsi interiori spesso vissuti in solitudine.

Tra il 2015 e il 2020, in tempi e luoghi diversi, molti di noi si sono posti la stessa domanda: «È possibile conciliare la fede cristiana e l’omosessualità?» Ora, qui possiamo permetterci una piccola nota più leggera: no, la risposta non l’abbiamo trovata subito nelle nostre parrocchie. L’abbiamo trovata… su Google.

Sì, proprio lì. Con tutte le paure del caso, digitando quella domanda come si fa quando non si sa bene a chi rivolgersi. Ed è stato sorprendente – e anche profondamente liberante – scoprire che esistevano realtà capaci di dire “sì”: sì alla fede, sì alla dignità, sì alla possibilità di vivere una vita cristiana piena senza dover spezzare parti di sé.

Attraverso il Progetto Gionata abbiamo incontrato altre realtà italiane, altri gruppi di cristiani LGBT, altre storie simili alle nostre. È stato come respirare dopo aver trattenuto il fiato a lungo: momenti di preghiera, di formazione, di pellegrinaggio, di fraternità, che ci hanno restituito la certezza di essere figlie e figli amati da Dio, così come siamo.

La nascita della realtà siciliana

A partire dal 2021, però, è emersa un’esigenza nuova. Partecipare a iniziative nazionali era prezioso, bello, nutriente e necessario. Ma tornare a casa significava spesso tornare al silenzio. È così che è nata la domanda: perché non provare a costruire, anche in Sicilia, un cammino di cristiani LGBT+?

Il passo non è stato semplice. Avevamo bisogno di guida, di discernimento. Ci serviva una mano, uno slancio. E come figli e figlie, a chi si chiede quando abbiamo bisogno di una mano? Ai genitori.

Il gruppo dei genitori, “in viaggio per Emmaus”, non saprà mai a sufficienza quanto noi siamo grati a loro, per il sostegno, la forza, la lungimiranza. Genitori in tutto, credeteci: capaci di consigliarci, guidarci, sostenerci, non lasciarci un attimo anche fosse semplicemente guardandoci da lontano e riempiendoci di ogni benedizione.

Con loro abbiamo mosso i primi passi verso il nostro primo ritiro, nel settembre del 2022. E da allora, ogni anno, l’appuntamento del nostro ritiro formativo e spirituale è tappa fissa, non solo per le persone cristiane lgbt siciliane e i loro genitori, ma anche per gli operatori pastorali, per quanti sentono il bisogno di conoscere meglio la nostra realtà, di accompagnarci, di pregare per noi e insieme a noi.

Ci riempie di orgoglio sapere che nei nostri ritiri anche persone che vivono fuori dalla Sicilia ci vengono a trovare, ci danno questa incredibile fiducia, mettono il loro cuore insieme al nostro e decidono di camminare con noi.

La nostra presenza sta diventando progressivamente visibile anche in alcune comunità parrocchiali che, nel mese di maggio, ci accolgono per celebrare veglie di preghiera in occasione della Giornata per il contrasto e l’eliminazione dell’omofobia e della transfobia, come si legge anche nel documento sinodale [1].

Un cammino accompagnato

Ma non è un cammino “finito”, anzi. Il nostro è un percorso ancora in essere. Fatto di scelte da compiere, di dialogo, di inclusione, talvolta anche di difficoltà, di scoraggiamento. Ci piace però farci forza ricordando davanti a tutti voi qui presenti, come il Signore ci abbia donato e continua a donarci persone preziose accanto a noi.

Non solo i genitori, che ringraziamo tramite la figura di Anna Battaglia con noi presente oggi, ma anche l’impegno e l’amorevole presenza di chi crede che il nostro sia un cammino valido, visibile, possibile. Consentiteci di farlo qui, alla presenza di voi tutti, nel poter dire ‘Grazie’, sempre e ancora:

● A Don Gero per il suo ministero instancabile e la sua voglia di essere davvero come un padre spirituale per noi tutti;
● A Sandra Letizia, la ‘nostra’ teologa, se vogliamo quasi come una madrina di battesimo del nostro gruppo;
● Padre Pino Piva, più che un padre, diremmo vero e proprio angelo custode, mediatore e conoscitore del nostro desiderio di essere sempre più dentro e al servizio della nostra Madre Chiesa;
● A Padre Narciso e Padre Cesare, la loro accoglienza e la loro ospitalità ci ha fatto assaporare cosa significa avere una casa nella fede e nella spiritualità;
● Alle eccellenze reverendissime Mons. Luigi Renna e Alessandro Damiano che in tempi diversi ma con amorevole presenza pastorale ci hanno incontrati, ci hanno ascoltati, donandoci una pastorale più inclusiva e vicendevole, consci che questo nostro cammino può essere prezioso e che c’è anche tanto bisogno di formazione e conoscenza per avvicinarsi alle persone LGBT+ col dovuto garbo e la dovuta cura spirituale.

Grazie perché, ciascuno e ciascuna di loro con la propria carica e la propria figura – professionale, sacerdotale e pastorale – ha incrociato il nostro cammino prendendo un pezzettino per volta del nostro cuore, alleggerendolo di molti pesi e trasformando le nostre ferite in feritoie di luce.

È bello ricordare, ad esempio, una delle ultime esperienze, vissute proprio nella diocesi di Agrigento, insieme a Mons. Damiano. Il 28 novembre del 2025 si è svolto l’incontro formativo, dal titolo “Prendersi cura. Accompagnare le persone omoaffettive e transgender e i loro genitori”, che ha visto la partecipazione del sacerdote gesuita Padre Pino Piva, la psicologa e psicoterapeuta Rosaria Lisi e il Medico Bioeticista e docente di Teologia Salvino Leone. L’incontro è poi culminato con una veglia di preghiera presieduta da Mons. Damiano e la partecipazione del nostro gruppo.

Uno sguardo al futuro

Il nostro non è un cammino concluso. È un percorso in discernimento, fatto anche di fatiche e di domande ancora aperte. Ma la buona notizia è che questo vuole essere un cammino dentro la Chiesa: l’approvazione del documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia ci conferma questa speranza e per noi rappresenta un vero e proprio punto di svolta.
Per questo oggi, con sincerità, vi chiediamo di poter essere visti, accompagnati… riconosciuti come parte viva della Chiesa. Come?

Desideriamo metterci al servizio, come «servi inutili» (Lc 17,10), offrendo la nostra esperienza per favorire una maggiore conoscenza della realtà LGBT+ nelle comunità cristiane, contribuendo a rendere le parrocchie luoghi più sicuri, accoglienti e rispettosi della dignità di ogni persona.

Desideriamo fare rete e non isolamento; e soprattutto, vogliamo contribuire, con rispetto e responsabilità, a superare definitivamente pratiche dannose come le terapie riparative, che feriscono la dignità delle persone e non hanno alcun fondamento scientifico[2]; ci ricordiamo tra le varie fonti di Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC) che sostiene che “Le teorie riparative non sono applicabili e sono riprovevoli (…) deve valere il principio della autodeterminazione [poiché] l’omosessualità di per sé non giustifica un trattamento psicoterapeutico” [3].

Non chiediamo scorciatoie, né privilegi: chiediamo accompagnamento, discernimento e corresponsabilità. Ciò di cui abbiamo bisogno, come abbiamo già detto prima, è soprattutto il riconoscimento che le persone cattoliche LGBT+ esistono.

Non siamo persone estranee o persone che devono essere reintegrate nella Chiesa , ma siamo una presenza già operante, che vive, in forza del Battesimo e, quindi, a pieno titolo, il proprio servizio all’interno della comunità ecclesiale e a servizio del Popolo di Dio.

Conclusione

E allora, di cuore davvero noi vi diciamo ‘GRAZIE’, cari Vescovi! Sapete, ogni anno, al termine del nostro ritiro, il gruppo si concede un po’ di tempo per raccogliere testimonianze, raccontare i giorni trascorsi insieme e realizzare un libretto che possa mettere a conoscenza le diocesi del lavoro che stiamo facendo.

Oggi ci riempie di orgoglio sapere che questo libretto “Dove mi accogli, io fiorisco” non vi sarà consegnato tramite posta, ma attraverso il nostro sguardo, i nostri occhi, così desiderosi di poter incrociare i vostri e così speranzosi di una vostra lettura.

Vi affidiamo il nostro cammino e vi ringraziamo per questo tempo condiviso. La speranza più grande è che questo libretto possa aprire a nuove strade, nuovi ritiri, nuove formazioni, e … voi vescovi pronti, stavolta, a non farci mancare il sostegno e la partecipazione.
Buon cammino pastorale e buon anno, che speriamo di poter continuare a vivere
insieme.

Con rispetto e affetto filiale, il nostro gruppo di Cristiani LGBT+ Sicilia

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1 «[…] le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare vicinanza a chi è ferito e discriminato (giornate contro la violenza di genere e le discriminazioni, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e la transfobia, ecc.)»

2 Cfr. American Psychological Association, Report of the American Psychological Association Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation, agosto 2009: «Da questa revisione abbiamo tratto due conclusioni chiave. La prima è che non ci sono prove sufficienti che gli Sforzi di cambiamento dell’Orientamento Sessuale siano efficaci per cambiare orientamento […]. In aggiunta, ci sono alcune prove che tali tentativi procurano danni. […] La seconda scoperta chiave è che coloro che partecipano agli Sforzi di Cambiamento dell’Orientamento Sessuale , a prescindere dagli scopi di tali trattamenti, e coloro che risolvono il loro distress tramite altri mezzi, possono evolvere durante il corso del loro trattamento in aree come la auto-consapevolezza, il selfconcept, e l’identità.»

3 Scherillo Teresa, L’omosessualità non è una malattia. Parola di psichiatri cattolici, in in riferimento alle dichiarazioni del presidente Cantelmi.

L’omosessualità non è una malattia. Parola di psichiatri cattolici

Fonte:giornalettismo.com

5/05/2010 di Teresa Scherillo

Svolta sui gay rispetto al vecchio pensiero della Chiesa per il quale “è suonato un vero e proprio requiem”.

“Da parte degli psicologi e degli psichiatri cattolici non c’è nessuna difficoltà oggi a riconoscere il contributo della comunità scientifica dove ormai c’è un consenso unanime nel dire che l’omosessualità non è una patologia“. È la svolta del mondo della psicoterapia cattolica deciso ormai a rigettare, come spiega all’ANSA il presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, Tonino Cantelmi, tanto le teorie affermative che conducono alla omosessualità chi si trova nel dubbio, quanto quelle riparative che tendono viceversa a curare l’omosessualità.

IL REQUIEM – “Per questi approcci – sentenzia Cantelmi – è suonato ormai un vero e proprio requiem”. “Si tende ad accomunare le terapie riparative ad un approccio cattolico – spiega lo psicologo cattolico – ma questo è sbagliato perchè tali terapie partono da un presupposto non scientifico e cioè che l’omosessualità sia una malattia”. “I cosidetti riparatori – sottolinea energicamente Cantelmi – non sono certo gli psichiatri e gli psicologi cattolici”. Anzi, insiste, “oggi sentiamo di dire una parola definitiva sul fatto che le teorie riparative non sono praticabili e sono riprovevoli”. Cantelmi condivide quanto afferma il Catechismo della Chiesa cattolica quando dice che la genesi psichica dell’omosessualità rimane inspiegabile. “Francamente – ammette – nessuno di noi oggi sa dire qual è il meccanismo se genetico, psicologico o misto, all’origine. La Chiesa però – precisa – da’ su questo orientamento un giudizio morale, condivisibile o meno, ma non parla mai di patologia”. “Oggi noi diciamo – spiega ancora – che l’omosessualità è una variante del comportamento sessuale”. Dal punto di vista terapeutico ciò significa che anche gli psicologi cattolici oggi si affiancano a tutti gli altri nel dire che “l’omosessualità di per sè non giustifica un trattamento psicoterapeutico“.