26/05/2016

Il papa: profeta o coach avventato?

Fonte: Città Nuova del 20-05-2016 di Chiara D'Urbano. Riportiamo un interessante articolo della Dott.ssa Chiara D'Urbano, socia Aippc. "Sono una credente qualunque. E psicologa, ma questo non c’entra o forse sì, fatto sta che sono aperta a riflessioni critiche quando queste siano orientate al confronto, all'accoglienza serena di punti di vista diversi, mi interessano le obiezioni di chi non condivide una posizione che per me è significativa. Mi sta bene allora se vogliamo osservare l'operato del nostro papa con uno sguardo attivo, non semplicemente fideistico".

Premessa fatta perché, quando leggo le considerazioni altrui, mi piace sapere da quale punto del globo viene osservato il panorama descritto e il mio è quello appena e assai sommariamente introdotto. Momento antropologico, spirituale, storico e sociale di una portata straordinaria ed ecco un papa assai discusso per le sue aperture e i cambiamenti che sta introducendo, giudicati in modo controverso anche da chi si riconosce nel suo gregge. Profeta o coach avventato? Un uomo che ha letto veramente il Vangelo e cerca di riportarlo al centro o uno che cerca consensi popolari per migliorare l’indice di gradimento, reso fluido anche lui dalla liquidità circostante? Grosso modo classifico così i vari commenti sul suo operato. E mi son messa a pensare. Mi è tornato così in mente un testo di André Godin che rilegge l’esperienza cristiana, quella vera, come percorso nel quale ci si imbatte spesso in una sorta di resistenza. A cosa? All’introduzione di desideri diversi da quelli semplicemente religiosi che si nutrono di credenze, rituali e valori in nome di un Ideale, ma non riescono a trasformare profondamente la persona. L’assoluto può rimanere, nonostante tanti sforzi e sacrifici onesti ed eroici, un assoluto religioso che quindi non aiuta a crescere, lascia mediocri. E arriva la vicenda di Saulo, ebreo osservante che a un certo punto della sua vita urta contro una novità che la tradizione rappresenta con la famosa caduta da cavallo. Una voce: «Perché mi perseguiti?». Tutto qui l’urto? Per così poco? Quel “mi”. Io sono colui che tu perseguiti. Dio si fa conoscere non con una metafora o con un paragone “come se”, né attraverso un messaggio di generosità filantropica, ma con una identificazione che a Saulo dovette risultare incomprensibile, il suo Dio è (non assomiglia) tutti gli ultimi, gli esclusi, i perseguitati, i poveri ovunque si incontrino concretamente. I principi morali di amore al nemico, di beatitudine nella persecuzione egli doveva già averli acquisiti nell’ascolto dei primi cristiani, perciò l’esperienza che sconvolge l’ortodosso Saulo è ben altra, e va proprio in senso contrario al suo desiderio spontaneo e religiosamente fondato di aggressività verso i cristiani. Dio non esclude nessuno, ma proprio nessuno, non vuole persecutori in nome della legge, non gli dice di cambiare oggetto di violenza, anzi – guarda un po' –, non sta neppure solo dalla parte dei perseguitati, è il perseguitato, è ogni perseguitato. Povero Saulo, non si sarà raccapezzato facilmente! Infatti diventa cieco, si smarrisce. Il rifiuto della pratica del “terzo escluso”, la chiama Godin, quello con cui impatta Saulo. Dio non fa preferenze, non crea recinti, non fa una classificazione dei gruppi, non esclude in alcun modo. Il desiderio dell’uomo religioso che vuole giustizia e divide i buoni dai cattivi non trova più terreno, ed è proprio la delusione di un desiderio tutto umano a rendere vera l’esperienza di Paolo, ormai non più Saulo. Le sue convinzioni religiose che si limitavano a distinguere il sacro dal profano falliscono in questa nuova ottica che certamente scandalizza chi è rimasto con la nostalgia di un Padre moralizzatore che casomai deve far sorgere il sole su chi lo merita, mica su tutti, e deve rendere il merito per le opere che si compiono. Insomma quel Dio cristiano non soddisfa i desideri di giustizia retributiva ma ne introduce di nuovi e discordanti con la logica spontanea dell'essere umano: il perdono incondizionato, l’identificazione col povero, il potere che serve, la gioia nonostante la fatica… tuttavia come una specie di demone in agguato l’essere religioso che alberga latente dentro il cuore dell'uomo resiste a tutto questo perché è troppo disturbante e si agita! Bergoglio si colloca qui. E qui si collocano le nostre resistenze religiose. Lo chiameremmo un perturbatore strategicamente orientato se facesse lo psicoterapeuta, che si cimenta a smuovere equilibri apparentemente solidi ma che in realtà, a ben vedere, si reggono su sicurezze fallaci. Il perturbatore scombina, deve farlo perché la persona provi a cercare percorsi nuovi e più appaganti, senza questo rischio ella rimarrebbe in uno stallo magari confortante ma assai limitato. Il nostro papa sembra sperimentare stanchezza verso equilibri consolidati ma non autenticamente di fede e qui non intendo neppure lontanamente fare paragoni con altri, né dire che “solo lui” stia tentando di risvegliare desideri scomodi che vanno verso l’identificazione dell’Amore. Dico piuttosto che in questa direzione vedo il suo pontificato, Francesco rimette al centro una Persona piuttosto che una legge; mettiamoci l’animo in pace, è così! Non c’è nulla di buonista in questo desiderio, né tanto meno progetti politici occulti. Cerca di abbattere le barriere, di ridurre a zero la religiosità funzionale, di andare contro la tendenza sempre viva e viva da sempre nella storia della Chiesa di escludere, di chiudere fuori quelli che hanno un ritmo diverso, di attribuire alla fede ciò che fede non è. Non ha paura di rischiare il nuovo. Sì, ma aprendo le porte e rompendo gli argini chissà dove andremo a finire. Già, chi può dirlo? Bergoglio non la fa troppo complicata la cosa e non certo per leggerezza, ma perché il Vangelo è scarno di regole e offre poche e chiare indicazioni: è a me che l’avete fatto. Le frontiere della sacralità vengono abbattute nel momento in cui Gesù ha preso partito per quei marginali, direbbe ancora Godin. Frontiere e muri non sono la garanzia di solidità sono piuttosto una dogana che crea stranieri. E a Francesco questo non va. La sua esperienza di papa venuto da lontano si organizza intorno a pochi e chiari cardini, nessuno va escluso e va tentata ogni strada che permetta di allargare sempre di più i confini. Rimane fedele a questa missione. Ascolta, dialoga e si fa capire perché si adatta pure all'ultimo credente che non è addetto ai lavori, non usa parole di giudizio se non verso le forme di violenza, non si immischia in discussioni che non competono alla fede, sceglie la misericordia come parola d'ordine, e non ha paura di essere giudicato un folle o un coach avventato. Gli vorrei chiedere: dove trovi questo coraggio se talvolta non hai alleati neppure dentro casa? La risposta me la immagino fatta di un bel sorriso sciogli-ghiaccio come a dire che, Vangelo alla mano, non ha nulla da temere. fonte: Città Nuova