26/10/2022

SIMPOSIO IN VATICANO in preparazione al Giubileo del 2025

Resoconto dell'incontro Chianarsi sulla vita

La Basilica di San Pietro, nel desiderio di prepararsi al Giubileo del 2025, avvia un cammino strutturato in tre tappe rivolto ad associazioni, movimenti... congregazioni
di don Nico Rutigliano, Vicario generale dei Servi della Carità

La Basilica di San Pietro ha deciso di prepararsi al Giubileo del 2025 con la Enciclica Fratelli tutti e prendendo a modello san Francesco d’Assisi.

Il card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica e vicario di Sua Santità per la Città del Vaticano, ha invitato movimenti, associazioni e congregazioni religiose a tre incontri all’anno per un cammino di preparazione all’Anno Santo. Da parte dell’Opera don Guanella hanno partecipato suor Neuza Giordani, suor Esther Leroux, don Pino Venerito e don Nico Rutigliano che scrive queste note. Il tema del primo incontro organizzato dalla Basilica Papale di San Pietro riguarda la prossimità e la cura ed ha avuto per titolo Chinarsi sulla vita.

Il Segretario della Fabbrica di San Pietro, mons. Orazio Pepe, ha spiegato i motivi di questi incontri: «A partire da quest’anno, per raccogliere l’invito del Papa ad aprirsi all’amicizia sociale e alla dimensione della fraternità come antidoto all’esclusione e all’odio, vengono proposti alcuni appuntamenti intorno ai temi della prossimità e della cura (2022), della riconciliazione e purificazione della memoria (2023) e dell’amore politico (2024)».

Il gesuita padre Francesco Occhetta, moderatore del Simposio, ha ricordato come a partire dall’8 dicembre 2020, quando papa Francesco ha istituito l’«Associazione Fratelli Tutti», è iniziato un cammino di riflessione e approfondimento sulla omonima enciclica che ha portato ad ipotizzare un percorso tematico fatto di incontri, di conoscenza e condivisione. «Le tappe che permetteranno di approdare all’esperienza giubilare nel 2025 vogliono approfondire i temi proposti, invitare alla riflessione e favorire la condivisione delle esperienze. L’incontro, la conoscenza e l’impegno vissuti in comunione intorno alla Basilica di San Pietro saranno l’occasione per costruire in concreto fraternità e amicizia sociale».

Padre Francesco Occhetta, docente di Scienze Sociali alla Pontificia Università Gregoriana, scrittore de La Civiltà Cattolica, dopo averci rammentato che c’è un filo rosso che ci lega tutti, la cura, ci ha offerto:

1) un testo (Lc 10,29-37);

2) un’immagine (Pietro e la guarigione dello storpio di At 3, 2-7); 3) un affetto (che secondo la spiritualità dei gesuiti risponde alla domanda “per chi lo faccio?” e corrisponde alla sintesi tra volontà e ragione).

Tutto questo ci porta a delle considerazioni:

- Fermarsi davanti ai bisogni dell’altro.

- Andare oltre le culture dell’appartenenza.

- Riorganizzare la vita sociale a partire dalla compassione.

Qui la compassione è intesa come l’espressione più alta dell’amore. È la compassione di chi dice: eccomi! - E che diventa il “farsi vicino”.

Papa Francesco in Fratelli Tutti ci restituisce i dieci verbi della parabola del Buon Samaritano e ci invita ad accompagnare le persone sulle soglie della vita. A questo siamo chiamati.

Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute della CEI ha ricordato che il verbo “chinarsi”, viene dalla parola greca “κλίνειν”: da qui la parola italiana “clinica”. Il concetto di “cura” però va ben oltre il concetto di “medicina”. La malattia irrompe nella vita e la destabilizza. Fa percepire la propria vulnerabilità. La sanità, come sistema che regola e presiede la medicina, si interessa solo del corpo umano. Occorre invece la cura, cioè la relazione, che assista la persona nel momento del bisogno. Occorre la comunità.

Ha spiegato poi la differenza tra dolore e sofferenza. Il dolore per il corpo è un’esperienza utile e si risponde ad esso per via farmacologica. La sofferenza invece è una dimensione dell’animo che non necessariamente è collegata con il dolore fisico. La sofferenza non va vissuta con intervento farmacologico e neppure nella solitudine.

La sofferenza è mitigata da:

1) Contesto (comunità cristiana).

2) Finalità (domanda aperta del perché che chiede una risposta).

3) Prospettiva (cosa c’è dopo e a cosa si va incontro?).

Il cristiano deve congiungere questi tre elementi e renderli speranza.

Il professore Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, ha presentato il mondo nascosto della sofferenza che si chiama depressione. In termini economici è la più dispendiosa per la sanità. Nel contesto post-pandemia si registra un incremento delle malattie mentali. «La salute mentale – ha detto il dr. Cantelmi – merita la nostra attenzione e va letta nella strada risolutiva delle relazioni interpersonali. Occorre leggere la sofferenza con empatia e compassione e avere sane e risananti relazioni con le persone che soffrono solitudine e depressione. Il senso di solitudine è avvertito soprattutto dai giovani. Il disagio giovanile è aumentato e anche le sue manifestazioni: comportamenti oppositivi o autolesionisti, hikikomori, istinto di suicidio, devianza, disturbi di personalità. La “cura”, nella salute mentale della psicologia cognitivo-comportamentale significa “compassione”, cioè capacità di vedere, comprendere l’altro.

Prendersi cura dell’altro vuol dire accudire il corpo e l’anima. La capacità di compassione è insita in noi. Dobbiamo solo fare attenzione a non spegnerla.

La dott.ssa Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ha aperto il suo intervento con una nota di speranza: «Il nostro futuro deve essere costruito sulla positività. La compassione e la cura devono essere portate avanti insieme e da più parti. Chi cura porta con sé delle sofferenze e si prende cura di persone che soffrono. Chi è curato ha davanti persone vere, autentiche e che soffrono anch’esse. Due umanità che si incontrano e non due ruoli (uno in camice e uno in pigiama)».

Accanto alla gentilezza, al tratto umano, ci vuole la guarigione. Non sempre, però, è possibile guarire. Per migliorare le possibilità di guarigione occorre la ricerca scientifica. Quello che sappiamo dobbiamo condividerlo: la conoscenza scientifica va comunicata.

Ha concluso quindi insistendo sull’umanizzare la medicina, personalizzare la medicina, curare tutto l’uomo.